Come si diventa doppiatori?
Premessi i punti fondamentali negli articoli precedenti, riassumiamo che:
1. il doppiaggio va avvicinato da bambini o adolescenti, al fine di acquisire nel proprio istinto tutte le capacità recitative e i loro riflessi, quanto più possibile alla pari degli attori da doppiare.
2. La formazione attoriale va curata in ogni aspetto: dizione perfetta, buon ritmo di lettura, immedesimazione interpretativa, buone basi culturali, versatilità espressiva, senso del sacrificio e del dovere, pazienza, umiltà, voglia di imparare, spirito di adattamento e caparbietà.
3. Occorre frequentare dei buoni corsi di recitazione (per iniziare il teatro della scuola aiuta sempre) e approfondirli con quelli professionali di una rinomata accademia d’arte drammatica.
4. Bisogna assistere quanto più possibile ai turni di doppiaggio dei professionisti, farsi notare dai direttori. A tale scopo è quindi necessario vivere in una delle città del doppiaggio, possibilmente Roma che racchiude le grandi eccellenze del settore in quanto non a caso città del cinema.
5. In caso di talento esordiente in età più matura, dopo i primi anni formativi in teatri, occorre seguire un buon corso di dizione e doppiaggio che introduca il talento al settore.
I corsi di doppiaggio devono essere tenuti da attori professionisti del settore, chi conosca bene le sale di incisione quindi.
6. E’ bene iscriversi ad un’agenzia e partecipare a tutti i casting possibili legati ai vari rami dello spettacolo e raccogliere così esperienze che facciano anche curriculum.
7. Accettare i piccoli doppiaggi di margine iniziali, anche i semplici brusii.
La gavetta è parte integrante di percorsi del genere. Per chi è esterno all’ambiente la gavetta non è un rito magico di iniziazione, ma è l’esperienza che occorre fare per farsi conoscere e dimostrare così di essere realmente bravi e affidabili, cose che in un figlio d’arte solitamente sono già garantite dall’ambiente attoriale della famiglia da anni professionalmente accreditata e provatamente affidabile presso i colleghi.
Per altro un bambino figlio d’arte è già abituato alle sale di doppiaggio e è già in sintonia con ambiente e colleghi, ragion per cui è più malleabile e rapido di un bambino esterno al settore che vive tutti i timori di un ambiente sconosciuto e la timidezza verso tutte quelle persone estranee che tanto lo osservano.
Il bambino figlio d’arte è quindi più maturo sia artisticamente (alla maturità avrà già versato quindici anni di contributi) sia umanamente (già da piccolo impara serietà e professionalità a contatto diretto con colleghi veterani).
Matura più di altri bambini nella società anche a livello culturale grazie alle nozioni apprese nel dare voce a documentari e film su tutti i temi da tutto il mondo (a diciotto anni ha una maturità ben più elevata di coetanei non doppiatori, fatto che compensa abbondantemente lo studio scolastico difficoltoso a causa del molto lavoro in sala).
Altro dettaglio non indifferente: non si può andare in strada o nelle scuole a far doppiare qualsiasi bambino che appunto non ha dizione, non ha spesso la preparazione culturale di base, la cui famiglia non sappiamo se approvi il lavoro da minori (molto minori), né sappiamo se a lui vada poi di farlo, senza contare che qui così si parte da zero privi di capacità recitative quando magari il ruolo da bambino la produzione ce lo richiede il giorno stesso.
Una ricerca così nemmeno ci compete, non esiste un ruolo cerca talenti alla buona (evidentemente non si fa così), né esiste chi possa assentarsi dal proprio lavoro del doppiaggio per improvvisare.
Nulla di strano perciò se il figlio d’arte è generalmente preferito al talento esterno.
8. Una volta doppiatori, è fondamentale dare al lavoro in sala la precedenza con serietà e professionalità, responsabilmente consapevoli che diversamente si finirà esclusi e senza più turni di doppiaggio.
In tal modo per un buon talento la carriera nel doppiaggio rimane una questione di tempo.
Il doppiatore professionista, ripetiamo, è chiamato a rendimenti recitativi vocalmente, emotivamente e tecnicamente più alla pari possibile delle star del cinema mondiale, ragion per cui tale lavoro non può essere praticato professionalmente partendo da adulti senza formazione e specialmente non senza valide esperienze attoriali di tutto rispetto.
Ritagliarsi un posto nel doppiaggio è per natura di cose estremamente difficile e una preparazione più improvvisata rispetto a chi recita fin dall’infanzia fa spesso tutta la differenza.
Chi inizia a doppiare a vent’anni non potrà mai competere con un coetaneo professionista che ha iniziato a quattro anni, specie senza aver recitato a modo in teatro e in ruoli formativi al leggio della sala di incisione.
Chi inizia tardi, teniamo conto, arriva a confrontarsi da subito con un attore da doppiare che ha già quindici o venti anni di esperienza su set e palcoscenico, mentre il doppiatore novello che inizia da grande è appena uscito da tre anni di accademia o poco più.
Da bambini invece si cresce letteralmente con gli attori che si doppia, sempre aggiornati e al passo sulle richieste interpretative delle lavorazioni, inglobando nei preziosi rendimenti dell’infanzia tutte le caratteristiche necessarie per dare il massimo che Hollywood vuole.
Ecco perché è importante riflettere se a conti fatti desiderio e capacità corrisponderanno realmente.
Chi inizia tardi, anche riuscendo poi a fare del doppiaggio, rimane spesso ai ruoli meno difficili e raramente può ambire a molti turni e per lavorazioni sempre più importanti come ci si augura normalmente.
In questo caso i pochi turni di lavoro lascieranno per natura poco allenamento e ostacoleranno in modo non indifferente l’avanzamento a ruoli più impegnativi e quindi remunerativi.
E’ evidentemente un fatto complesso e poco gestibile a tali condizioni, con dinamiche naturali che portano a dirette conseguenze di cui tenere conto.
Si può tentare lo stesso naturalmente, ma il più delle volte a ben poco senso, rivelandosi uno spreco di denaro, tempo e speranze troppo zelanti e forse inconsapevolmente malriposte.
Occorre studiare e fare pratica in modo serio, professionale, costante.
Nemmeno è detto poi che la bravura su set e palcoscenico si ripeta anche in sala di doppiaggio.
La tecnica recitativa è diversa, il rapporto col microfono qui ha la sua specifica unicità a cui ci si deve adattare.
Non tutti gli attori non doppiatori sanno doppiare bene, infatti perfino loro professionisti vi riescono raramente.
Per chi inzia tardi è una grande sfida insomma, rischiosa.
Irrigidirsi con testardaggine è inutile. Là dove è il caso occorre comprendere con dignitosa rassegnazione che è uno di quei lavori non alla portata di chiunque.
Attenzione quindi a chiedersi “Posso doppiare anch’io?” senza saper già recitare molto bene.
E’ come chiedersi: “Posso fare le olimpiadi senza prima allenarmi?”.
Risposta: “Tecnicamente puoi, il fisico non te lo impedisce, ma poi non lamentarti se muori di infarto entro un minuto o se per miracolo arrivi ultimo al traguardo”.
Altro fattore da non sottovalutare: Un talento esterno ha meno cura dell’ambiente di lavoro rispetto a chi ci è cresciuto e già vi è affezionato, sarà più facilmente assente anche alle assemblee del sindacato e quasi sempre accetterà lavori poco curati e meno pagati dei veri professionisti che invece la sanno più lunga.
La memoria storica alla fine fa sempre la differenza, in ogni settore, idem il lato emotivo.
Un doppiatore, che di contro ha dei parenti in ambiente, sarà più attivo nel conservarne la qualità artistica, più attivo nelle lotte di sindacato, più leale ai colleghi, più motivato per sé e di conseguenza per tutto il doppiaggio insomma.
Un talento esterno, per natura cresciuto con dei preconcetti verso questo lavoro, vedrà i colleghi quasi sempre come estranei da battere sul campo ad ogni occasione come in perpetua competizione, perché privo di interessi più umanamente profondi, i quali hanno invece effetti benefici anche per l’arte del settore.
Un doppiatore cresciuto coi colleghi, invece, è molto più frequentemente leale e serio.
La componente familiare ha quindi un ruolo importante spesso concettualmente trascurato o sottovalutato.
In Italia un simile problema da anni già affligge il cinema e la TV, un po’ anche il teatro.
Una volta aperte le porte a troppi “talenti” esterni e quindi con prevalente spirito di mero lucro, commercio e vanità personale, cinema e TV in gran parte hanno subito un disastroso degrado artistico rispetto al glorioso passato.
Il doppiaggio si è potuto preservare fino ad ora proprio grazie al suo anonimato, perciò, ora che diventa famoso, facciamo attenzione che la storia non si ripeta anche qui.
Ciò non preclude la strada ai talenti esterni, ma solo a quelli poco formati.
Gli studi di doppiaggio curano il sonoro di importanti produzioni in diretta collaborazione con Hollywood e i suoi registi, ragion per cui non possono permettersi di aspettare che un esordiente doppiatore venticinquenne accresca il proprio talento in attesa di chissà quando sarà veramente pronto.
Nello spettacolo il tempo è più che mai denaro e ad alti livelli il cinema non può dare lezioni di base a principianti troppo in erba che vorrebbero ingenuamente doppiare subito o quasi dei protagonisti.
E non basta doppiare mediocremente dei personaggi solo perché magari secondari, poiché in ogni sfumatura dovranno comunque risultare dello stesso standard qualitativo dei protagonisti.
Ecco perché di solito anche per un personaggio marginale si chiama un doppiatore affermato, almeno nei grandi titoli.
Coltivare dei sogni è un bene, ma devono essere sogni alla portata delle proprie capacità e possibilità effettive.
Ecco una vignetta che riassume il concetto, un dialogo tra dentista e paziente doppiatore (realmente accaduto):
Dentista: “Mi dicono che ho una bella voce. Mi porti in sala di incisione con te? Potrei fare doppiaggio anch’io”.
Paziente: “Sì, certo. Domani che impegni hai?”.
Dentista: “Beh, domani non posso. Devo effettuare delle otturazioni”.
Paziente: “Lo faccio io! Tu doppi al posto mio e io opero al posto tuo”.
Dentista: “Ma no! Come fai a operare se non sei capace? Per queste cose servono anni di formazione e pratica”.
Paziente: “E tu come fai a doppiare se non sei capace? Per queste cose servono anni di formazione e pratica”.
Chi inizia ad affacciarsi al mondo dello spettacolo in età artisticamente tarda può comunque farsi strada nelle altre branche della recitazione: teatro, cinema e TV. Il doppiaggio è la tecnica più difficile di tutte, ma non per questo bisogna scoraggiarsi. Magari non si diventerà doppiatori, ma colleghi di set e palcoscenico invece sì…
Se poi si possiede una voce coinvolgente ma priva di recitazione, allora quella dello speaker radiofonico potrebbe essere una strada da tentare.